C’è modo e modo di recensire un film: ci sono quelli là, quelli che si gettano a volo, inseguendo ragionamenti che raramente hanno qualcosa a che fare col film stesso. Ci appoggiano il gomito, lo usano come bancone del bar, per mostrarti quanto elegantemente riescono a bere il loro caffè scivolando il piede dietro a quello d’appoggio, reggendo la giacca sull’altro braccio. Edificano argomentazioni nelle quali il film non è altro che una trave, nemmeno portante, della costruzione. Inglobano la pellicola in tutta una catena di elucubrazioni più spessa e densa di concetti – spesso fragili, o calzanti in modo del tutto pretestuoso – per poi concludere il pezzo con una valutazione in stellette LE STELLETTE! LE STELLETTE! che risulta esauriente sul film quanto un manoscritto del quarto secolo può risultare esauriente sulla teoria della relatività. Poi ci sono quelli bravi (e non sono molti) che riescono in quattro righe a farti annusare l’odore del film. Quello che rimane è una definizione precisa come un colore – quelli più bravi riescono a darti qualche sfumatura in più degli altri – nella quale tu possa riconoscere istintivamente quello che ti troverai di fronte una volta seduto in sala.

Ecco, dato che io non appartengo a nessuna delle due categorie – ma come vi ho appena dimostrato sono bravissimo a fingere di appartenere alla prima – non vi dirò proprio un bel niente sul film che ho visto ieri sera. Però è meraviglioso, ecco.

Annunci