Sono tre o quattro giorni che ascolto il secondo album partorito delle gemelline unisone in collaborazione con quel tizio strano che sembra Nicholas Cage da quindicenne; quello del racconto ricorrente, col colpo di scena moscio:

“Gli School Of Seven Bells si sono conosciuti durante un concerto degli Interpol. Ma non perché i componenti erano tra il pubblico, bensì perché facevano parte dei due gruppi-spalla”

Naa. Pazzesco. Non ci si crede. A volte il destino, eh?

Ad ogni modo non sono riuscito a cavarne fuori un quadro razionale. L’album è buono, nel complesso, ma piuttosto privo di audacia. E forse proprio per questo si va a collocare fuori tempo utile. Dà l’idea di essere l’ennesimo, lamentoso, esausto richiamo alla fine degli anni ’80. Limate alcune licenze electro-pop che si erano concessi nell’album d’esordio, restano delle sonorità interessanti, ma la cosa non dà la sensazione di essere stata sudata. Non te li immagini a fine produzione abbandonarsi sfasciati su una sedia dello studio. Piuttosto te li vedi lì, belli carucci, che chiudono tutto e vanno a prendersi l’aperitivo. Roba da impiegati, ecco. E invece io li voglio distrutti e spremuti come agrumi in una colazione all’autogrill. Perchè hanno da dare (e in parte lo dimostrano anche quì), ma devono farlo ora, per poi potersela serenamente tirare in futuro. E’ un album da consigliare? No, non tutto. Ma alcuni pezzi li si salva volentieri.

E poi è estate, e le voci sognanti delle due gemelline, e i coretti ventosi, e il ritornello pesantemente catchy del pezzo d’apertura sono una goduria raccomandabilissima.

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