Per uno scherzo dell’autoradio, che nel tragitto verso i bagordi di capodanno ha deciso temporaneamente di concedermi solo l’utilizzo delle frequenze radio, sono finito ad ascoltare il discorso alla nazione del Presidente della Repubblica. Per dirla tutta, avendo una montagna di pregiudizi sull’utilità di pubblici rituali come questo e non avendo nessuna intenzione di compromettere il livello di infima scemenza della serata che si stava per compiere con concetti superiori in livello ad una terza elementare, stavo per spegnere l’autoradio per godermi qualche chiacchiera con chi mi accompagnava. Probabilmente, più per evitare che quel momento di intimità potesse sfociare in un attacco di logorrea piuttosto che per interesse diretto, la mia gentile accompagnatrice mi ha pregato di lasciare che il Presidente finisse il suo discorso. E allora mi sono messo comodo, e ho concesso un orecchio alla radio.
Non credo il discorso fosse iniziato da molto, i temi trattati erano quelli previsti, o comunque prevedibili. Quali? Tutti. Partendo da una media di trenta secondi per i temi più leggeri e arrivando a cinque, sei minuti per quelli più articolati, Napolitano ha citato quasi ogni angolo della vita politica e sociale del Paese. Non ho sufficienti competenze per giudicarlo nel merito, ma la sensazione è quella che, in questo modo, non si possa ottenere niente di meglio che una insapore diluizione del succo. La forma probabilmente doveva essere questa, come questa è sempre stata in passato, ma da questa forma è pressochè impossibile ricavare sufficiente sostanza perchè qualcosa possa sopravvivere fino al 3 gennaio. Francesco Costa, come sempre con enorme chiarezza e capacità di analisi, auspica qualcosa di diverso.
Io forse no. Non per quest’anno.
Mentre salivo verso le colline il discorso del presidente si svuotava di concetto, diventando sempre più simile ad un prestampato natalizio. La povertà, il precariato, la Chiesa con la quale condividere le intenzioni, il volontariato e via così; tutte tematiche su cui evidentemente si può auspicare più interesse da parte di tutti, non c’è dubbio, ma che trattate in questo pout pourri hanno niente più che l’effetto di una doverosa appendice.
Eppure, più il discorso del Presidente si condiva con un filo di retorica, più iniziava ad invadermi una quasi impercettibile sensazione di serenità. Come se il continuo rovesciare il buonsenso, il decadentismo politico che aspira con orgoglio ad épater le bourgeois, la ricerca della frase ad effetto da incastonare nella testa degli italiani, avessero ormai raggiunto un livello di assuefazione mentale; una condizione di anestesia, della quale ho avuto modo di accorgermi solo facendomi trasportare per qualche minuto alla situazione precedente. In questo senso il discorso di Napolitano può aver avuto una qualche funzione sociale; abbandonarci a qualche minuto di buonsenso non può fare male. Farà male, semmai, il ritorno alla realtà. Lo farà perchè per qualche minuto ci siamo ricordati che non è così che andrebbe trattata l’arte nobile della politica. Che le istituzioni meritano di essere rappresentate con più equilibrio e capacità di quanto non stia accadendo ora. Farà male e non ci impiegherà molto, state tranquilli.
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