Ebbene, è andata.
Ne parlo solo ora perchè qualche problema tecnico mi ha impedito di farlo prima e forse è meglio così; è bene che riesca a parlarne a mente lucida, in modo da evitare di attribuire responsabilità alla cieca, magari perdendo di vista il senso di questo post.
Questo vuole essere un post di ringraziamento, non di denuncia o di accusa: ringraziamento per chi, negli ultimi sei anni ha realizzato la più bella trasmissione radiofonica del palinsesto RAI. No, non voglio togliere nulla ad altre trasmissioni che amo e che continuerò a seguire con piacere. Radiorai continuerà ad avere in programmazione trasmissioni di altissimo livello, e su quelle che verranno, bè, ci sarà da ascoltare e giudicare.
Ma questo non toglie che Condor fosse una perla. Luca Sofri e Matteo Bordone hanno realizzato il programma che mancava nel complesso Radiotelevisivo italiano. Sembra esagerato?
No, non lo è, e per diversi motivi: ora provo a riassumerne qualcuno.
Condor era una trasmissione internazionale: no, non iniziate a pensare a pugni chiusi e falci e martelli, e a quelle note che ancora riempiono i cuori di voi nostalgici; aspettate la prossima festa dell’Unità e sfogatevi lì. Intendevo dire che la trasmissione girava intorno alla lettura dei quotidiani internazionali, dagli Stati Uniti alla Thailandia, senza nessuna soluzione di continuità. O quasi.
Condor era una trasmissione veloce: la cosa che più apprezzavo era proprio questa. La capacità e il coraggio di trattare gli ascoltatori come persone sveglie e non come bambini quinquenni o nonnette cerebralmente atrofiche. Dare stimoli, riferimenti, citazioni, senza fermarsi ogni trenta secondi a spiegare la rava e la fava. Andar via dritti, chi ha voglia vada a cercare. E chi ha voglia, dopo un po’, si accorge di aver incamerato una quantità di nozioni che non basterebbe una vita di Serena Dandini a produrre.
– Condor era una trasmissione contemporanea: partiamo da un presupposto: la cultura, per come è proposta in Italia oggi, ha dei problemi. Seri problemi. Il primo potrebbe chiamarsi anacronismo. Il secondo politica. Non sono gli unici, ma sono i più evidenti: perchè se ogni volta che il teatro arriva in televisione, nel 2009, lo fa con Dario Fo o con Carmelo Bene, ammettiamolo, il teatro sta morendo. Perchè se quando parliamo di libri parliamo solo di Garcia Marquez o di Virginia Woolf, la letteratura non sfonderà mai la porta delle nuove generazioni. Non ho nulla contro i maestri, per carità. Il problema è nei media. La cultura che sbarca in televisione, oggi, o è supportata da un ormai condiviso valore storico del personaggio, oppure è proposta su Raitre con il malinteso pretesto di una condivisione di valori col pubblico. Non abbiamo capito nulla. Senza il coraggio di proporre cose nuove, mezzi nuovi, idee nuove, siamo destinati a rinsecchirci attorno all’idea che una volta fosse tutto migliore, più alto, più pieno di valori. E allora ce lo siamo meritati Giorgio Bocca, teniamocelo e moriamo felici con “Il nome della rosa” sul comodino.
Condor aveva un’impostazione totalmente diversa. Con Condor ho iniziato a prendere confidenza con la Rete, con i blog, con i social network. Ho capito quanto fosse limitata la mia rete di informazioni, ma senza sensi di colpa da controcultura di sinistra o di destra; banalmente, seguendo le tracce che ogni giorno venivano lasciate tra un pezzo e l’altro; e dove ho deciso che ne valeva la pena, ho approfondito. Diversamente, chissenefrega e basta.
– Condor metteva pezzi che col cazzo che li avrei sentiti altrove: da Sufjan Stevens ai Magnetic Fields; dai Devotchka a Beth Orton; da Andrew Bird a Cesare Picco. Cito solo gli ultimi che mi arrivano alla mente, ma un’infinità di musica è passata sul mio iPod grazie a loro. E da lì un’altra infinità ne ho cercata, con collegamenti sulle scene nazionali o suscitate curiosità personali. Ci vuol poco quando uno ha vent’anni. A vent’anni siamo dell’idrovore. Dateci solo buche nuove in cui scavare, e vedrete che macchine da impallinamento che siamo.
– Condor consigliava libri che col cazzo che li avrei trovati altrove: Non voglio tornare sul discorso della cultura su cui ho già rischiato di impantanarmi prima, per carità; solo due cose: ho scoperto e adorato Philip Roth; ho ritrovato e approfondito Nick Hornby. Se volete, c’è da divertirsi.
– Condor parlava di film che col c…vabbè, vedi sopra.
– Condor era una trasmissione leggera: meglio precisare: non vorrei che dopo le righe appena lette vi siate fatti l’idea di una totale rottura di maroni pseudo intellettuale. No, fuori strada. Già nei primi tre anni, con Luca in solitaria, saltava immediatamente all’orecchio il linguaggio onesto e informale, privo di retorica e clichè ammuffiti con il quale la trasmissione veniva condotta; una gioia per le orecchie di chi è abituato a sentir trattare l’attualità da professori incartapecoriti o da giornalisti annoiati. Con l’arrivo di Matteo da Dispenser poi, la trasmissione ha raggiunto vette addirittura comiche. Le imitazioni con le quali spaccava a metà le argomentazioni di Luca, o gli scambi di battute tra i denti erano diventati uno dei punti di forza di Condor nella versione 2.0. Ironia. Velocità di concetto e di intervento. Combinazione pressochè perfetta. Due giganti dell’intrattenimento uniti dalla complicità di due amichetti delle medie. Provateci, voi.
Condor aveva una regia semplicemente impeccabile: i tempi d’ingresso sul pezzo, i jingle di Quark lanciati quando Matteo si lanciava a parlare di etologia e tutto il resto: grazie, Ilaria.
Probabilmente ho lasciato indietro qualcosa che nei prossimi giorni mi tornerà alla mente, ma molto di ciò che volevo dire su questo capolavoro durato sei anni l’ho detto qui. Condor è stato chiuso per un cambio alla direzione di Radio 2 che ha portato una nuova linea editoriale. Non di ascolti si tratta, badate bene, ma diverse e legittime scelte del nuovo direttore Flavio Mucciante. Inutile dire che non le comprendo, nè le condivido. Condor lascia una voragine, e i commenti agli ultimi post ne danno solo un’idea. Non è odioso il fatto che la trasmissione sia stata soppressa per dare spazio a Carlo Pastore,
(oddio)
no, effettivamente è odioso, ma non è questo il punto.
Il punto è che se di Carlo Pastore in giro per le radio commerciali ce ne sono a secchiate, di trasmissioni come Condor, non ne esistono. E se la Rai fa servizio pubblico, e lo fa con i soldi dei contribuenti (dove siete? vi vedo già col sangue sul canino) deve prendersi la responsabilità di proporre prodotti di livello più alto rispetto a chi è assillato dal bilancio della propria radio. Godibili, certo. Non sto parlando delle lezioni di fisica quantistica alle tre di notte. Sto parlando di intrattenimento. E sto parlando di intrattenimento fatto bene, cercando di far divertire l’ascoltatore spingendolo anche ad incuriosirsi e a prendere spunti per dare consistenza alla sua formazione personale. Se ci riusciamo, bene. Sennò chiamiamoci Radio Deejay, e che sia finita lì.
Nel frattempo grazie a Luca, Matteo, Ilaria, Valeria, ai tecnici, all’ex direttore Valzania, e a tutti quelli che hanno fatto volare il Condor in questi anni e che, in questi anni, giorno per giorno, hanno fatto di me una persona migliore.
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