La prima volta

01/21/2010

Non ero mai stato a vedere un musical. Non dal vivo. Da tempo ne covavo la voglia, ma pigrizia (mia e di chi decide cosa deve passare per questa vecchia e annoiata città) e impegni, mi hanno sempre tenuto lontano da quel tipo di spettacolo. Ieri sera l’occasione buona: la compagnia della Rancia ha portato in scena il musical Cats, nella versione riadattata e tradotta di Ezralow. Non arrivavo da neofita vero e proprio, la rete offre un discreto carnet di possibilità a chi è alla ricerca di qualcosa di preciso (se n’è accorto pure il Tiggì uno, che dda quanno ce sta ‘sto nuovo motore de ricerca, Guggol me pare chesse chiami, che tte manna proprio sulla paggina che pòi cliccà iutubb e te vedi tutto come seffosse ‘na tivvù), ed io avevo fatto le mie ricerche. Cats, ad esempio, l’ho visto anni fa sottotitolato, nella versione originale di quello stragenio assoluto di Andrew Lloyd Webber. Evidentemente dal vivo è un’altra cosa, e ci mancherebbe: ma con un minimo di capacità di astrazione si può provare a prendere in considerazione lo spettacolo facendone la tara dell’emozione della prima volta. Così, tanto per provare a capire quanto dista, ammettendo che sia confrontabile, con la versione madre.

Partiamo da un presupposto: l’italiano, idioma natìo, collante dell’unità nazionale, ha la disinvolta capacità di far risultare tutto assai più sfigato di quanto non sia in partenza. Non è astio verso la madrelingua il mio, e nemmeno anglofonismo a oltranza; è così, sarà una roba che risale a quando quello faceva il bucato in Arno, non so, ma è così e non ci si scappa. Mi fermo qui sennò poi vien fuori la gag di quello che traduce le canzoni inglesi in italiano e dice che viste così “MADO’, SONO PROPRIO BRUTTE!” e poi la gente ride e a me vien in mente una scena punk in cui spacco il televisore a colpi crocefisso recitando Shakespeare. Ammetterete che è un discreto handicap, questo va concesso. Poi le scenografie: non male, anche se effettivamente quelle del West End di Londra erano infinitamente più curate. C’è pure da dire che a Londra Cats ha fatto più di seimila repliche, c’era il tempo di aggiustare il tiro, diciamo. Ma c’è una breve parte dove la rappresentazione italiana vince su quella originale. Ed è quella di Skimbleshanks, il gatto tranviere, che per una trovata scenica di notevole impatto, viene rappresentato alla guida di un carrellone della spesa di tre metri d’altezza, su per giù, e – no, non sono francese, ok? – a me, quella scena lì, m’ha fatto sbarellare. Gli attori: una telecamera che non perdoni nemmeno quella sbavatura di dodici decimi di millimetro nel trucco, non può essere messa di fianco alla visuale di un miope dalla settima fila di un palazzetto dello sport, non mi sembra equo, ma nel complesso mi pare se la siano cavata più che bene tutti. O quasi. C’è un tizio, e davvero non era possibile capire chi fosse, che durante la Jellicle Song for Jellicle Cats ha steccato. Ma ha steccato proprio brutto. E non sarebbe nemmeno male, se non fosse che è arrivato pure lungo sugli altri. Dev’essere un po’ una sensazione come se , mentre stai leggendo un libro di poesie, solo, in casa, davanti al crepitare del camino, con la neve fuori, e tutti i suoni ovattati, che tu ti stai pure dolcemente, serenamente, appisoland..zzz BOOM!! ti scoppia un raudo sotto i piedi. Dev’essere piacevole uguale. Per il resto mi pare che lo spettacolo girasse attorno a delle discrete interpretazioni, con qualcuno sopra le righe, ma non di troppo. Si teneva bene insieme il tutto. Ecco, sul ballo siamo diversi gradini indietro alla perfida Albione, ma credo sia tutto un problema di formazione. Un Otello in meno, e una piroetta in più, almeno agli inizi. Sparare a cento per colpire a ottanta. Completare la formazione di ‘sti ragazzi, che sennò poi mi vanno ad Amici e so’ pure impreparati.

Nel complesso comunque è stato gradevole, e da grande ai nipotini racconterò che quel primo musical m’era piaciuto, m’ero perfino commosso in quella scena là, e magari, se non sarò già rincoglionito, ce li porterò pure, ecco.

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