Poi, un giorno, capisci.

Facendo cose sciocche, come mettere un cucchiaino di zucchero nel tuo bollente – e meritato – caffè. Senza nessun preavviso, senza che un prete venga ad annunciarti che la tua casa sta per essere abbattuta dal mostruoso dong di un campanone alto chilometri; senza che un esercito di microscopici ometti urlanti ti corra incontro per annunciarti un’inondazione in arrivo. Niente. Neanche – e tu in fondo te l’aspettavi così – le vibrazioni del terreno, seguite dalla vastissima area d’ombra che arriva ad investirti, rivelando dietro di te il formicone gigante venuto a prendersi la vendetta per quella volta che hai fatto fuori i suoi soci no che non te lo spiego lo sai quand’è successo, non fare lo gnorri, su che lo sai.

Niente.

Te ne stai lì, impegnando gli arti in gesti meccanici, gli stessi, rassicuranti, da sempre così, o almeno ti sembra. E realizzi. Non è esattamente una presa di coscienza fulminea. Dev’essere un po’ come un’ictus, credo. No, l’ictus no. L’infarto forse. No, ma ha altri sintomi, nient.. ok, va bene l’ictus. E’ una specie di fastidio crescente, sopportabile, nell’immediato, ma che ti da la precisa sensazione che andrà a finire malissimo.

Ed è così che andrà, in effetti.

Ho capito.

Ho capito qual’è stato il momento esatto in cui Giorgio Bocca ha iniziato a sentirsi vecchio.

No, non nel corso della sua vita, chissene, mica sono un biografo. Ho capito cosa succede. Ho sentito quella stessa sensazione che – sono certo – ad un certo punto della sua vita deve aver provato anche lui. L’ultimo gradino della scaletta, scendendo dalla nave della contemporaneità. Il momento in cui gli altri ripartono, e tu rimani a riva, abbandonato su una sterminata – ma comunque limitata – isola, popolata di ricordi, e passato, e com’era meglio allora, e una volta sì che, e non vedo un futuro in questo, e dieci anni fa c’erano delle possibilità, e dove andremo a finire, e signora mia non se ne esce.

In realtà non ho realizzato di esserci arrivato. L’ho visto. In una sorta di mio futuro ipotetico, e non ero sotto effetto di LSD, quindi – tutto sommato – la cosa ha mantenuto nel tempo una sua verosimiglianza.

Non è solo un contenitore che si riempie di piccole nostalgie quotidiane, fino a quando capisci che c’è più roba in quel dannato bidone che in tutto ciò che il mondo fuori potrà mai più riservarti. No, assomiglia più ad un appuntamento congenito, un evento a cui è impossibile rispondere “non parteciperò”. Arriva, per tutti. E ho detto TUTTI. La sfida è fare in modo che arrivi il più tardi possibile, negli anni. E quella sfida può durare una vita intera, come quindici anni. Avanti, quante persone conoscete che hanno passato gli ultimi dieci anni della loro vita a raccontarvi di quant’era figa la loro vita da quindicenni, probabilmente idealizzandola, e comunque facendo poco più di nulla per migliorare la loro attuale esistenza? Ecco, bravi. Anch’io ne ho diverse in lista.

Ho realizzato, e ho provato a prendere le mie contromisure. Non c’entrano creme antirughe, sedute di solarium, o vestiti da teenager. Quella è roba per gente che la missione l’ha fallita, e sta disperatamente annaspando per invertire l’ordine temporale. Che poi sono talmente sotto sforzo, in questo tentativo, che se ad un certo punto l’ordine del tempo si invertisse sul serio, verrebbero scaraventati di slancio nel ventre materno. Ok, era un po’ audace questa, ma tutti abbiamo visto Wile Coyote da piccoli, e quindi abbiamo gli strumenti necessari per coglierla, dai.

No, ho deciso di fare la cosa più elementare, e per questo, probabilmente, la più difficile. [Disclaimer: utilizzare formule lessicali tese a spiazzare prevedendo una soluzione in esatta contrapposizione con la tesi iniziale è un esercizio di retorica deprecabile, e proprio di chi è povero di idee. Per questo lo uso.] Combattere la mia quotidiana battaglia cercando di vivere il mio tempo, diffidando dai conservatorismi, con i quali sono venuto a scontrarmi sempre più frequentemente, anche tra quelle persone che dovrebbero rappresentare il mio orientamento politico. Progressisti, ci facciamo chiamare. Lo siamo? Dimostriamolo, per la madonna. Era meglio ieri? Non lo so. Ma sai cosa? Non me ne frega un cazzo. Io voglio solo che sia meglio domani.

E bere il mio caffè in pace.

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