E poi c’è il Rito. Il Rito è una roba tremenda e inevitabile. Vorresti farne a meno, ma va così; perchè è così che è normale che vada, è un rito dopotutto. Sai, regole non scritte, cose così. Il Rito non è niente a cui ci si darebbe la briga di dare una qualsiasi importanza, ma che proprio per questo nessuno sarebbe in grado di eliminare. Eliminarlo, sforzarsi di eliminarlo, sarebbe ammetterne una qualche rilevanza, che invece il Rito non ha. Deve assomigliare più a una cosa buttata lì, come accompagnamento naturale al ripristinarsi dei valori di nicotina nel sangue, all’uscita del cinema. Il Rito però non parte da solo: serve qualcuno che muova una pedina, distrattamente, mentre si espira la prima boccata di sigaretta:

“Allora?”

Ecco, questo è il momento nel quale vorresti avere già elaborato un concetto che vada al di là di “bello” oppure “brutto”. Ma non è così. E se è così, in genere, è perchè ti sei annoiato e hai cercato di trovare una tesi sul perchè è successo. Se al contrario il film ti è piaciuto – e magari anche tanto – sei senza difese. E lo sai da prima; è come farsi fregare in contropiede, e sapere da prima che succederà. Perchè con un film come Avatar non puoi giocare coperto, fermarti a pensare. Dopo un film come Avatar, tu esci con uno stordimento lisergico dal quale ti riprenderai la mattina successiva. Sei fregato, devi dire qualcosa, se non altro per fare da contraltare al cumulo di stronzate che riesci a cogliere en passant. Purtroppo quello che hai in testa non è facilmente articolabile, e suona più o meno come

cristo santo che roba che ho visto stasera porcazzozza che figata ommioddio ma come fanno ma come cazzo fanno – blu – a fare tutta quella roba che gli si muove la faccia che sei sicuro che se lo prendi a schiaffi si fa proprio male – blu – madonna che roba godo un sacco ne voglio ancora ma tipo domani magari torno anzi forse rientro adesso – blu – ah no è l’ultimo spettacolo ma che cazzo gli dico adesso a questi che le robe intelligenti non son mica capace non adesso oh no – blu –  lasciatemi qui godo ancora un po’ e poi vado a casa da solo lasciatemi qui che spettacolo che spettacolo cazzo

ma capisci che esprimerti così limiterebbe le tue relazioni sociali, e allora ti arrendi. Cerchi nella memoria qualche espressione pret à porter – chissà come hanno la tastiera in Francia – che possa associarsi a quello che hai in testa. Ma più che un lavoro di costruzione diventa un lavoro di catalogazione, e la cosa non ti sembra onesta. Allora la chiudi più velocemente possibile, fai passare la notte, e il giorno dopo scrivi un post.

Avatar non è un film, è un’esperienza. Una roba di una bellezza maestosa. Non è solo una di quelle cose che segna la via a tutto quello che verrà dopo, è un po’ di più. In questi giorni il termine di paragone più comodo, anche se non esattamente il più calzante, è Il giovane Holden di Salinger. E’ stato il primo libro che ho letto – è stato il primo libro di tanta gente, ma la realtà è che dovrebbe essere il primo libro di tutti – e la prima cosa che ti viene da pensare appena hai finito è “Ehi! Ma leggere è proprio una figata!” Allora provi un sacco di altra roba, e ti accorgi che non è proprio così scontato. E a distanza di una quindicina d’anni capisci che quello rimarrà un capolavoro, nessuno lo leverà dal tuo personale Olimpo, dovessero passarne altri cinquanta, di anni. La sensazione che lascia Avatar è esattamente questa: e cioè che James Cameron non solo abbia spiegato a tutti come funziona la cosa, ma che abbia anche spostato l’asticella dieci tacche più su. E’, e dev’essere, una sfida per tutti quelli che si lanceranno nelle produzioni di film in 3D, Avatar. “Bene ragazzi, si fa così. Vediamo chi sa fare di meglio”

Questo è ciò che ci sarebbe da sperare, in concreto. Perchè Avatar è esattamente ciò di cui ha bisogno il Cinema. Perfino gli orribili claim antipirateria, nella loro assurdità, dopo la visione di un colosso di queste proporzioni assumono un loro vago significato. No, non sto dicendo che da adesso se scarico un film avrò l’impulso di costituirmi, no, per la miseria. Sto dicendo che se questa è la direzione presa dai produttori cinematografici (prendersi rischi enormi, in fiducia) allora, bè, forse va a finire che loro stanno dalla mia parte. Non è più possibile assimilarli al ruolo di cattivi , non a queste condizioni. Tu mi dimostri che stai dalla mia parte, e io il mio deca lo spendo col sorriso sulle labbra. Funziona meglio così, non trovate?

Poi le critiche: non sono un’integralista, non confondetevi. Mi sono entusiasmato per Avatar, si è capito; con questo non sostengo sia assolutamente incriticabile, per carità. Solo ho la sensazione che muovergli delle critiche sia uno sforzo che scavalca in volo la linea del sospetto di malafede. Io non posso credere che in tutto quel banchetto di alta cucina cinematografica si possa trovare la necessità di dire che “il dessert è stato po’ così così” senza essere partiti prevenuti sul ristorante. Non esiste finale, per quanto tremendo, che avrebbe potuto rovesciare il giudizio su un saggio di bravura, organizzazione e coraggio come questo. Nessuno, non credo di esagerare. E comunque proporre la presunta debolezza del finale come prima chiave di commento del film è paragonabile a ricevere una fuoriserie in regalo e criticarne il colore degli specchietti. E poi io mi incazzo, e non ho ancora un concetto messo giù in modo ordinato in testa, mi esce il fumo dalle orecchie, vado in corto circuito e ti mando a fare in culo.

“mbè, credevo meglio”

“sai che storia se esistono davvero dei robi così che té li guidi e poi sei tre metri e meni tutti? Strabello!”

“carino”

“secondo me quei così azzurri, lì, scopavano proprio come noi”

“il finale è proprio scontato, dai”

“questi occhiali 3D fan venire il mal di testa, non trovi?”

“chissà dove gliela mette la coda adesso. Uaz! Uaz! Uaz!”

“ma va’, la solita americanata”

“io me la sarei fatta. La avatar, dico” “See! Perchè, lui non era bono? Aveva un culo..”

“bè, ma dai! Pensano che ci crede qualcuno? Mica siamo scemi!”

“a me ‘sta cosa degli occhiali mi ha fatto un po’ schifo. Chissà chi se li è messi prima”

“che trama di merda; pensa ai cittadini americani, quando scoprono che pagano le tasse per finanziare ‘sta roba qua”

“la prossima volta però andiamo a vedere Muccino”

“<burp!> I popcorn del cine son sempre i più buoni”

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”

C’è modo e modo di recensire un film: ci sono quelli là, quelli che si gettano a volo, inseguendo ragionamenti che raramente hanno qualcosa a che fare col film stesso. Ci appoggiano il gomito, lo usano come bancone del bar, per mostrarti quanto elegantemente riescono a bere il loro caffè scivolando il piede dietro a quello d’appoggio, reggendo la giacca sull’altro braccio. Edificano argomentazioni nelle quali il film non è altro che una trave, nemmeno portante, della costruzione. Inglobano la pellicola in tutta una catena di elucubrazioni più spessa e densa di concetti – spesso fragili, o calzanti in modo del tutto pretestuoso – per poi concludere il pezzo con una valutazione in stellette LE STELLETTE! LE STELLETTE! che risulta esauriente sul film quanto un manoscritto del quarto secolo può risultare esauriente sulla teoria della relatività. Poi ci sono quelli bravi (e non sono molti) che riescono in quattro righe a farti annusare l’odore del film. Quello che rimane è una definizione precisa come un colore – quelli più bravi riescono a darti qualche sfumatura in più degli altri – nella quale tu possa riconoscere istintivamente quello che ti troverai di fronte una volta seduto in sala.

Ecco, dato che io non appartengo a nessuna delle due categorie – ma come vi ho appena dimostrato sono bravissimo a fingere di appartenere alla prima – non vi dirò proprio un bel niente sul film che ho visto ieri sera. Però è meraviglioso, ecco.

La prima volta

01/21/2010

Non ero mai stato a vedere un musical. Non dal vivo. Da tempo ne covavo la voglia, ma pigrizia (mia e di chi decide cosa deve passare per questa vecchia e annoiata città) e impegni, mi hanno sempre tenuto lontano da quel tipo di spettacolo. Ieri sera l’occasione buona: la compagnia della Rancia ha portato in scena il musical Cats, nella versione riadattata e tradotta di Ezralow. Non arrivavo da neofita vero e proprio, la rete offre un discreto carnet di possibilità a chi è alla ricerca di qualcosa di preciso (se n’è accorto pure il Tiggì uno, che dda quanno ce sta ‘sto nuovo motore de ricerca, Guggol me pare chesse chiami, che tte manna proprio sulla paggina che pòi cliccà iutubb e te vedi tutto come seffosse ‘na tivvù), ed io avevo fatto le mie ricerche. Cats, ad esempio, l’ho visto anni fa sottotitolato, nella versione originale di quello stragenio assoluto di Andrew Lloyd Webber. Evidentemente dal vivo è un’altra cosa, e ci mancherebbe: ma con un minimo di capacità di astrazione si può provare a prendere in considerazione lo spettacolo facendone la tara dell’emozione della prima volta. Così, tanto per provare a capire quanto dista, ammettendo che sia confrontabile, con la versione madre.

Partiamo da un presupposto: l’italiano, idioma natìo, collante dell’unità nazionale, ha la disinvolta capacità di far risultare tutto assai più sfigato di quanto non sia in partenza. Non è astio verso la madrelingua il mio, e nemmeno anglofonismo a oltranza; è così, sarà una roba che risale a quando quello faceva il bucato in Arno, non so, ma è così e non ci si scappa. Mi fermo qui sennò poi vien fuori la gag di quello che traduce le canzoni inglesi in italiano e dice che viste così “MADO’, SONO PROPRIO BRUTTE!” e poi la gente ride e a me vien in mente una scena punk in cui spacco il televisore a colpi crocefisso recitando Shakespeare. Ammetterete che è un discreto handicap, questo va concesso. Poi le scenografie: non male, anche se effettivamente quelle del West End di Londra erano infinitamente più curate. C’è pure da dire che a Londra Cats ha fatto più di seimila repliche, c’era il tempo di aggiustare il tiro, diciamo. Ma c’è una breve parte dove la rappresentazione italiana vince su quella originale. Ed è quella di Skimbleshanks, il gatto tranviere, che per una trovata scenica di notevole impatto, viene rappresentato alla guida di un carrellone della spesa di tre metri d’altezza, su per giù, e – no, non sono francese, ok? – a me, quella scena lì, m’ha fatto sbarellare. Gli attori: una telecamera che non perdoni nemmeno quella sbavatura di dodici decimi di millimetro nel trucco, non può essere messa di fianco alla visuale di un miope dalla settima fila di un palazzetto dello sport, non mi sembra equo, ma nel complesso mi pare se la siano cavata più che bene tutti. O quasi. C’è un tizio, e davvero non era possibile capire chi fosse, che durante la Jellicle Song for Jellicle Cats ha steccato. Ma ha steccato proprio brutto. E non sarebbe nemmeno male, se non fosse che è arrivato pure lungo sugli altri. Dev’essere un po’ una sensazione come se , mentre stai leggendo un libro di poesie, solo, in casa, davanti al crepitare del camino, con la neve fuori, e tutti i suoni ovattati, che tu ti stai pure dolcemente, serenamente, appisoland..zzz BOOM!! ti scoppia un raudo sotto i piedi. Dev’essere piacevole uguale. Per il resto mi pare che lo spettacolo girasse attorno a delle discrete interpretazioni, con qualcuno sopra le righe, ma non di troppo. Si teneva bene insieme il tutto. Ecco, sul ballo siamo diversi gradini indietro alla perfida Albione, ma credo sia tutto un problema di formazione. Un Otello in meno, e una piroetta in più, almeno agli inizi. Sparare a cento per colpire a ottanta. Completare la formazione di ‘sti ragazzi, che sennò poi mi vanno ad Amici e so’ pure impreparati.

Nel complesso comunque è stato gradevole, e da grande ai nipotini racconterò che quel primo musical m’era piaciuto, m’ero perfino commosso in quella scena là, e magari, se non sarò già rincoglionito, ce li porterò pure, ecco.

“Ah, ok, quindi non è che lo fanno tutti i giorni”, il primo pensiero dopo aver visto la faccia allucinata di Oprah Winfrey.

Qualche mese fa avevo segnalato il progetto Playing for Change, una sorta di We Are The World con una costruzione decisamente più figa. Il progetto nasceva andando a raggiungere artisti di strada in in giro per il mondo per far registrare il loro arrangiamento di un pezzo e, di volta in volta, aggiungere il nuovo campionamento alla base iniziale. Il Molok che ne uscì fu una strepitosa versione di Stand by Me, che poco aveva a che fare con l’originale di Ben E. King. Un cover che puzzava di Louisiana dall’inizio alla fine, con una chitarrina sincopata in sottofondo, sulla quale man mano si sono stesi archi, sonorità latine, percussioni afro e tutta un’altra serie di influenze. Un pezzo destinato alla beneficienza, va bene, ma che per qualità ricordava quel lavoro di Lou Reed, Bono e company su Perfect Day. Con la differenza che la’ c’era talmente tanta roba che alla fine toccavano dodici centesimi di secondo ad artista, mentre qui ognuno aveva a dispozione il tempo sufficiente per prenderti e tirarti dentro, per farti annusare un po’ di quell’asfalto che loro annusavano ogni giorno. Ne uscì un album, intitolato appunto “Playing for Change” che, per dire la verità, non era all’altezza del singolone iniziale (a parte una formidabile versione di “A change is gonna come” di Sam Cooke), ma ne naque anche tutta una serie di progetti correlati. Uno di questi è proprio Sugar Sweet, l’album di Elliott Small, conosciuto da tutti come Grandpa Elliott. Grandpa Elliott è un personaggio pazzesco, una sorta di leggenda di strada dalle parti di New Orleans; il fatto è che lui è una specie di personificazione di quel mondo la’. Nella sua armonica, nella sua tutona da lavoro, nel suo essere cieco uno ci trova tutta la Cotton Belt, la schiavitù degli afro-american, le piantagioni, le blue note. E tutto quel mondo lì Elliott è riuscito a portarlo dentro al suo album. E’ un album di cover, da Harry Dixon Loes a Buster Brown, dalla Bobby Blue Band, fino a Muddy Waters. E’ uscito a inizio novembre dell’anno passato, su iTunes lo trovate a 8 euro e 91. Qui sotto, la versione live di Fannie Mae con la Playing for Change Band.