Sono tre o quattro giorni che ascolto il secondo album partorito delle gemelline unisone in collaborazione con quel tizio strano che sembra Nicholas Cage da quindicenne; quello del racconto ricorrente, col colpo di scena moscio:

“Gli School Of Seven Bells si sono conosciuti durante un concerto degli Interpol. Ma non perché i componenti erano tra il pubblico, bensì perché facevano parte dei due gruppi-spalla”

Naa. Pazzesco. Non ci si crede. A volte il destino, eh?

Ad ogni modo non sono riuscito a cavarne fuori un quadro razionale. L’album è buono, nel complesso, ma piuttosto privo di audacia. E forse proprio per questo si va a collocare fuori tempo utile. Dà l’idea di essere l’ennesimo, lamentoso, esausto richiamo alla fine degli anni ’80. Limate alcune licenze electro-pop che si erano concessi nell’album d’esordio, restano delle sonorità interessanti, ma la cosa non dà la sensazione di essere stata sudata. Non te li immagini a fine produzione abbandonarsi sfasciati su una sedia dello studio. Piuttosto te li vedi lì, belli carucci, che chiudono tutto e vanno a prendersi l’aperitivo. Roba da impiegati, ecco. E invece io li voglio distrutti e spremuti come agrumi in una colazione all’autogrill. Perchè hanno da dare (e in parte lo dimostrano anche quì), ma devono farlo ora, per poi potersela serenamente tirare in futuro. E’ un album da consigliare? No, non tutto. Ma alcuni pezzi li si salva volentieri.

E poi è estate, e le voci sognanti delle due gemelline, e i coretti ventosi, e il ritornello pesantemente catchy del pezzo d’apertura sono una goduria raccomandabilissima.

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Qualche mese fa avevo segnalato il progetto Playing for Change, una sorta di We Are The World con una costruzione decisamente più figa. Il progetto nasceva andando a raggiungere artisti di strada in in giro per il mondo per far registrare il loro arrangiamento di un pezzo e, di volta in volta, aggiungere il nuovo campionamento alla base iniziale. Il Molok che ne uscì fu una strepitosa versione di Stand by Me, che poco aveva a che fare con l’originale di Ben E. King. Un cover che puzzava di Louisiana dall’inizio alla fine, con una chitarrina sincopata in sottofondo, sulla quale man mano si sono stesi archi, sonorità latine, percussioni afro e tutta un’altra serie di influenze. Un pezzo destinato alla beneficienza, va bene, ma che per qualità ricordava quel lavoro di Lou Reed, Bono e company su Perfect Day. Con la differenza che la’ c’era talmente tanta roba che alla fine toccavano dodici centesimi di secondo ad artista, mentre qui ognuno aveva a dispozione il tempo sufficiente per prenderti e tirarti dentro, per farti annusare un po’ di quell’asfalto che loro annusavano ogni giorno. Ne uscì un album, intitolato appunto “Playing for Change” che, per dire la verità, non era all’altezza del singolone iniziale (a parte una formidabile versione di “A change is gonna come” di Sam Cooke), ma ne naque anche tutta una serie di progetti correlati. Uno di questi è proprio Sugar Sweet, l’album di Elliott Small, conosciuto da tutti come Grandpa Elliott. Grandpa Elliott è un personaggio pazzesco, una sorta di leggenda di strada dalle parti di New Orleans; il fatto è che lui è una specie di personificazione di quel mondo la’. Nella sua armonica, nella sua tutona da lavoro, nel suo essere cieco uno ci trova tutta la Cotton Belt, la schiavitù degli afro-american, le piantagioni, le blue note. E tutto quel mondo lì Elliott è riuscito a portarlo dentro al suo album. E’ un album di cover, da Harry Dixon Loes a Buster Brown, dalla Bobby Blue Band, fino a Muddy Waters. E’ uscito a inizio novembre dell’anno passato, su iTunes lo trovate a 8 euro e 91. Qui sotto, la versione live di Fannie Mae con la Playing for Change Band.   

I due ragazzetti di New Orleans al loro album d’esordio sono stati forse la novità più convincente di tutto il mio 2009. Prodotti dalla Park The Van Records, una casa discografica indipendente assai attiva e dalla storia piuttosto travagliata (l’uragano Katrina spazzò via la loro sede e furono costretti a trasferirsi a Philadelphia) hanno costruito un album che ti ci inchioda sopra fin dal prima ascolto. Anzi, a dire il vero dopo i primi tre/quattro pezzi mi sono detto che poteva bastare così. Fosse stato scadente tutto il resto dell’album, valeva comunque gli 8 euro e 99 che era stato pagato. Gradevoli armonizzazioni vocali, (qualche recensione trova dei riferimenti nei Beach Boys, ma la tesi non mi convince del tutto), ritmi sufficientemente ruffiani e qualche influenza elettronica mai troppo invadente, almeno nei miei gusti. Qui sotto una registrazione live di “Nobody Could Change Your Mind”, di livello piuttosto scadente, ma che disegna bene il clima di giocoso trambusto che circonda l’album.

Qui trovate il resto; alla prossima.

Nei numerosi commenti al post sulla chiusura di Condor (a proposito: grazie, di cuore) in diverse forme e con diverse argomentazioni, in molti si sono concentrati sulla possibilità di un’alternativa a quell’ora di costruttivo intrattenimento. Pare che l’alternativa, come ampiamente previsto, non arriverà da Radio 2. Traffic, anche considerando che le prime puntate non funzionano mai come dovrebbero, ha già definito una linea di conduzione piuttosto avvilente. Un giorno metto giù qualcosa sul gigantesco malinteso che se uno fa ascolti in tv li debba fare pure in radio. Stesse squadre, ma si gioca a un altro gioco e pure in campi diversi. Nessuno prenderebbe un pasticciere per metterlo a fare lo chef in un ristorante tre stelle così, alla cieca.
“Perchè, scusa? Non faceva da mangiare pure prima?”
Ecco, ci siamo capiti. Non è così che vanno le cose in gastronomia, non vedo perchè dovrebbero andare così nell’entertainment. Ad ogni modo, a noi resta il problema di come riempire quel buco tra le quattro e le cinque pomeridiane. Per chi non avesse ancora avuto idee decenti, ho pensato ad un rubrichetta divertente almeno quanto irrilevante in cui proporre qualche album passato nelle settimane precedenti per il mio iPod. Cercherò di alternare cose nuove a qualche produzione magari un pochino più agée, cercando di darvi una giustificazione della loro presenza nella mia playlist. Per quelli che non scippano le vecchiette fuori dalle poste vedo di mettere giù anche il prezzo dello Store di iTunes. Tutti gli altri possano servirsi del quadrupede lento e testardo per andarselo a trovare dove è più comodo. Buon proseguimento.