Perfino nei giorni più surreali di questo desolante epilogo di fase politica, un paese democristiano per formazione non può prescindere dall’assoluta necessità di rimediare delle certezze. Fosse anche rovistando nel cumulo di macerie maleodoranti che si vanno via via accumulando attorno a quel totem lebbroso e svilito che una volta avremmo chiamato dignità istituzionale, non importa; serve qualcosa che abbassi la tachicardia dei grandi appuntamenti, qualcosa che allontani l’idea –  pericolosa e malsana –  del cambiamento. E c’è un uomo che da anni si prodiga in questa operazione; un uomo che – proprio da questa operazione – è riuscito ad ottenere una rilevanza politica anabolizzata, ipertrofica; un uomo che senza il suo dinamismo euritmico e ignavo, costituirebbe un fenomeno politico di rilevanza pari a quella di una minoranza linguistica altoatesina:

Pierferdinando Casini.

Negli ultimi mesi, la figura del canuto leader UdC è rimasta inesorabilmente al centro della scena. I giornalisti lo interrogano, i conduttori lo cercano, i partiti lo corteggiano. Come un novello Guglielmo è riuscito a mettere tutti ai propri piedi, scegliendo la strada opposta a quella del suo predecessore: la ricerca spasmodica di una esasperante non belligeranza. Non importa quanto scoordinate e asimmetriche siano le posizioni dei suoi principali interlocutori. Voi lo troverete sempre appollaiato a tracciare l’equidistanza tra i due.

Persino ora, con uno dei due contendenti a rilevare sonnacchiosamente l’opportunità di un avvicendamento al governo del paese, e l’altra lacerare furiosamente gli equilibri tra i poteri dello stato, non c’è modo di strapparlo alla sua geometrica interpretazione del fare politica. Ed è qui che cercavo di arrivare:

invitato, con una certa frequenza, a commentare l’affaire Ruby, sta utilizzando ossessivamente una keyword che suona intonata come Tom Waits in quel vecchio pezzo natalizio di Gavin Bryars:

Serenità.

– “mi auguro che B. abbia il buonsenso per affrontare le cose con serenità”

– “noi siamo sereni, la questione andrà sviscerata..”

– “non dobbiamo lasciarsi prendere dalla smania di […], aspettiamo serenamente che…”

Ora, posto che serenità è un concetto che in nessun modo definisce a priori la bontà delle iniziative politiche – e che comunque ha un peso concettuale equiparabile al concetto di riformista (c’è davvero mai stato qualcuno a essersi proposto come anti-riformista, nel mondo?) – l’utilizzo nella particolare situazione di un inchiesta giudiziaria a proprio carico è una consuetudine da estirpare.

Estirpare, che c’è?

Poniamo che voi siate i cittadini più onesti e virtuosi di Honestyville, e che dall’oggi al domani vi venisse notificato un avviso di garanzia, o un mandato di comparizione, o quel diavolo che vi viene in mente. Ci siete? Bene. Quale sarebbe lo stato d’animo dominante a quel punto? Serenità? Ah, sì? Ma manco per niente. La serenità, in quei casi, è l’ultimo degli stati d’animo auspicabili, per il semplice fatto che denoterebbe con precisione solo due possibili condizioni umane:

la follia;

la familiarità col crimine;

Non c’è una terza via, a meno che non la si voglia identificare nella combinazione delle altre due.

Quindi attenzione, Pierferdinando. Mi rendo perfettamente conto che con tutta probabilità è un riflesso condizionato, frutto di un’intera carriera politica tesa a una insostenibile, rivoltante, immorale, anemica insipienza delle posizioni;

ma poi, a non starci attenti, uno rischia delle gaffes.

Auguragli di cacarsi in brache, una buona volta. Lui è persona sensibile: apprezzerà.

Fare due conti

12/31/2010

Vorrei esordire con la frase E’ tempo di bilanci. Bene, l’ho fatto; ora dimenticatevene immediatamente.

Siamo in chiusura di 2010, e dopo la lista dei pezzi più suonati, pubblicare anche una review dei migliori album mi pareva ripetitivo e eccessivamente autocelebrativo, e un po’ di altre cose che chiudono in -ivo, e che comunque sono da intendere in una connatazione, a tinte variabili, sprezzante . Quindi salto, e passo con la review degli accadimenti fondamentali di quest’anno.

– 15 Aprile: l’eruzione del vulcano Eyjafjölla, e la conseguente colonna di fumo dal ghiacciaio Eyjafjallajökull, manda per settimane nel caos gli aeroporti di tutta Europa; Giorgio Bocca si affretta a scrivere sul Venerdì di Repubblica che la Natura si riappropria del potere di scandire i ritmi di vita degli uomini; io ci credo e smetto di fare straordinari nel tentativo di uniformarmi all’andazzo. Poi il vulcano si spegne. Ma la gente scopre i Sigùr Ros.

– 20 Aprile: l’incendio e l’inabissamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon provocano un gigantesco sversamento di petrolio, dando vita al peggior disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti D’America; Marco Pannella inizia lo sciopero della fame, rifiutando piccato di dare spiegazioni sui motivi; Giorgio Bocca sul Venerdì di Repubblica si affretta a dire che la Natura si riappropria dei propri spazi; io ci credo e smetto di tagliare l’edera in giardino; poi la falla viene chiusa. Ma l’ingresso di casa mia è sbarrato da una selva inestricabile. Ancora oggi.

– 21 Maggio: dagli USA arriva la notizia che un gruppo di scienziati, guidati da Craig Venter, avrebbe creato la prima forma di vita sintetica; Giorgio Bocca sul Venerdì di Repubblica chiede che gli si rispieghi di cosa diavolo stanno parlando; io mi associo alla richiesta e a stretto giro di posta ci viene inviata una biografia autografata di Cher. Tutto rientra nella normalità.

– 31 maggio: una flottiglia di terroristi filo-palestinesi, armata di purè e bibite in lattina, tenta di forzare il blocco navale su Gaza. Viene intercettata dall’impavida marina israeliana, che riesce a scongiurare il peggio tramite un raffinata operazione diplomatica. Giorgio Bocca stavolta non se ne interessa, ma al Giornale stanno ancora stappando bottiglie.

– 2 Giugno: si dimette il primo ministro giapponese Yukio Hatoyama a causa del crollo della sua popolarità e delle pressioni esercitate su di lui dal suo stesso partito.

Già.

– 31 Giugno: ci siete cascati, eh?

– 1 Luglio: il Belgio assume la presidenza di turno dell’Unione Europea, subito dopo aver giocato il Fil Rouge.

– 24 Luglio: a Duisburg, durante la Love Parade, muoiono 21 persone in una calca creatasi nel tunnel d’accesso agli eventi; Ernesto Assante su Repubblica parla di come questi giovani non sappiano più divertirsi, così vuoti di valori, così rumorosi, così diversi da noi che i vent’anni li avevamo negli anni sessanta; Giorgio Bocca rientra con in mano un caffè della macchinetta urlando “Sì, Sì!!”

– 10 Agosto: l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara terminata la pandemia di influenza H1N1, attirando le feroci proteste delle case farmaceutiche, che puntavano a prorogarla fino a fine 2010.

– 28 Novembre: il sito Wikileaks rilascia oltre 251.000 documenti diplomatici del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, inclusi oltre 100.000 documenti contrassegnati come “segreti” o “confidenziali”. Si arriva sull’orlo di una crisi mondiale delle diplomazie, risoltasi poi brillantemente nel più fragoroso e unanime degli “e’stigrancazzi”

– 13 Dicembre: Santa Lucia porta, come d’abitudine, i regali.

– 14 Dicembre: Santa Lucia stavolta ci ripensa.

– 25 Dicembre: un tizio agghindato con un curioso pastrano, che tradisce in maniera inequivocabile il suo orientamento politico, viene trovato nell’androne del palazzo di Maurizio Belpietro e freddato dal suo caposcorta. A questa versione però nessuno sembra voler credere, tanto che poi è lo stesso caposcorta a dire di essersi inventato tutta quella strana storia di renne e slitte volanti. Come al solito.

Buon anno, eh.

Dio è morto, Marx è morto, e anche il blog non è che stia proprio ‘na pacchia.

Forse riparte, forse no. Forse, forse. Nel mentre, mi dedico all’attività più pigramente ombelicale cui un portatore sano di blog possa dedicarsi: la pubblicazione dei pezzi più passati sui suoi iCosì nell’anno passato.  Se vi scappa, c’è robba da vendere.

Age of Adz – Sufjan Stevens (54)

Runaway – The National (53)

Le Rane – Baustelle (51)

The Ballad of RAA – The Rural Alberta Advantage (48)

Angel Echoes – Four Tet (43)

Futile Devices – Sufjan Stevens (42)

Kaili – Caribou (40)

Angeles – Elliott Smith (38)

Dead Hearts – Stars (32)

De Pedis – Amor Fou (30)

Crystalized – The XX (Edu Imbernon Remix) (30)

Levi Johnston’s Blues – Ben Folds & Nick Hornby (29)

All Delighted People – Sufjan Stevens (29)

Love Lost – The Temper Trap (28)

Brothers – Hot Chip (28)

Too Many Miracles – Badly Drawn Boy (27)

Radar Detector – Darwin Deez (27)

You Won’t Let Me Down Again – Mark Lanegan & Isobel Campbell (26)

Compliments – Band of Horses – (24)

Storia Minima – Paolo Conte – (23)

Sono tre o quattro giorni che ascolto il secondo album partorito delle gemelline unisone in collaborazione con quel tizio strano che sembra Nicholas Cage da quindicenne; quello del racconto ricorrente, col colpo di scena moscio:

“Gli School Of Seven Bells si sono conosciuti durante un concerto degli Interpol. Ma non perché i componenti erano tra il pubblico, bensì perché facevano parte dei due gruppi-spalla”

Naa. Pazzesco. Non ci si crede. A volte il destino, eh?

Ad ogni modo non sono riuscito a cavarne fuori un quadro razionale. L’album è buono, nel complesso, ma piuttosto privo di audacia. E forse proprio per questo si va a collocare fuori tempo utile. Dà l’idea di essere l’ennesimo, lamentoso, esausto richiamo alla fine degli anni ’80. Limate alcune licenze electro-pop che si erano concessi nell’album d’esordio, restano delle sonorità interessanti, ma la cosa non dà la sensazione di essere stata sudata. Non te li immagini a fine produzione abbandonarsi sfasciati su una sedia dello studio. Piuttosto te li vedi lì, belli carucci, che chiudono tutto e vanno a prendersi l’aperitivo. Roba da impiegati, ecco. E invece io li voglio distrutti e spremuti come agrumi in una colazione all’autogrill. Perchè hanno da dare (e in parte lo dimostrano anche quì), ma devono farlo ora, per poi potersela serenamente tirare in futuro. E’ un album da consigliare? No, non tutto. Ma alcuni pezzi li si salva volentieri.

E poi è estate, e le voci sognanti delle due gemelline, e i coretti ventosi, e il ritornello pesantemente catchy del pezzo d’apertura sono una goduria raccomandabilissima.

Poi, un giorno, capisci.

Facendo cose sciocche, come mettere un cucchiaino di zucchero nel tuo bollente – e meritato – caffè. Senza nessun preavviso, senza che un prete venga ad annunciarti che la tua casa sta per essere abbattuta dal mostruoso dong di un campanone alto chilometri; senza che un esercito di microscopici ometti urlanti ti corra incontro per annunciarti un’inondazione in arrivo. Niente. Neanche – e tu in fondo te l’aspettavi così – le vibrazioni del terreno, seguite dalla vastissima area d’ombra che arriva ad investirti, rivelando dietro di te il formicone gigante venuto a prendersi la vendetta per quella volta che hai fatto fuori i suoi soci no che non te lo spiego lo sai quand’è successo, non fare lo gnorri, su che lo sai.

Niente.

Te ne stai lì, impegnando gli arti in gesti meccanici, gli stessi, rassicuranti, da sempre così, o almeno ti sembra. E realizzi. Non è esattamente una presa di coscienza fulminea. Dev’essere un po’ come un’ictus, credo. No, l’ictus no. L’infarto forse. No, ma ha altri sintomi, nient.. ok, va bene l’ictus. E’ una specie di fastidio crescente, sopportabile, nell’immediato, ma che ti da la precisa sensazione che andrà a finire malissimo.

Ed è così che andrà, in effetti.

Ho capito.

Ho capito qual’è stato il momento esatto in cui Giorgio Bocca ha iniziato a sentirsi vecchio.

No, non nel corso della sua vita, chissene, mica sono un biografo. Ho capito cosa succede. Ho sentito quella stessa sensazione che – sono certo – ad un certo punto della sua vita deve aver provato anche lui. L’ultimo gradino della scaletta, scendendo dalla nave della contemporaneità. Il momento in cui gli altri ripartono, e tu rimani a riva, abbandonato su una sterminata – ma comunque limitata – isola, popolata di ricordi, e passato, e com’era meglio allora, e una volta sì che, e non vedo un futuro in questo, e dieci anni fa c’erano delle possibilità, e dove andremo a finire, e signora mia non se ne esce.

In realtà non ho realizzato di esserci arrivato. L’ho visto. In una sorta di mio futuro ipotetico, e non ero sotto effetto di LSD, quindi – tutto sommato – la cosa ha mantenuto nel tempo una sua verosimiglianza.

Non è solo un contenitore che si riempie di piccole nostalgie quotidiane, fino a quando capisci che c’è più roba in quel dannato bidone che in tutto ciò che il mondo fuori potrà mai più riservarti. No, assomiglia più ad un appuntamento congenito, un evento a cui è impossibile rispondere “non parteciperò”. Arriva, per tutti. E ho detto TUTTI. La sfida è fare in modo che arrivi il più tardi possibile, negli anni. E quella sfida può durare una vita intera, come quindici anni. Avanti, quante persone conoscete che hanno passato gli ultimi dieci anni della loro vita a raccontarvi di quant’era figa la loro vita da quindicenni, probabilmente idealizzandola, e comunque facendo poco più di nulla per migliorare la loro attuale esistenza? Ecco, bravi. Anch’io ne ho diverse in lista.

Ho realizzato, e ho provato a prendere le mie contromisure. Non c’entrano creme antirughe, sedute di solarium, o vestiti da teenager. Quella è roba per gente che la missione l’ha fallita, e sta disperatamente annaspando per invertire l’ordine temporale. Che poi sono talmente sotto sforzo, in questo tentativo, che se ad un certo punto l’ordine del tempo si invertisse sul serio, verrebbero scaraventati di slancio nel ventre materno. Ok, era un po’ audace questa, ma tutti abbiamo visto Wile Coyote da piccoli, e quindi abbiamo gli strumenti necessari per coglierla, dai.

No, ho deciso di fare la cosa più elementare, e per questo, probabilmente, la più difficile. [Disclaimer: utilizzare formule lessicali tese a spiazzare prevedendo una soluzione in esatta contrapposizione con la tesi iniziale è un esercizio di retorica deprecabile, e proprio di chi è povero di idee. Per questo lo uso.] Combattere la mia quotidiana battaglia cercando di vivere il mio tempo, diffidando dai conservatorismi, con i quali sono venuto a scontrarmi sempre più frequentemente, anche tra quelle persone che dovrebbero rappresentare il mio orientamento politico. Progressisti, ci facciamo chiamare. Lo siamo? Dimostriamolo, per la madonna. Era meglio ieri? Non lo so. Ma sai cosa? Non me ne frega un cazzo. Io voglio solo che sia meglio domani.

E bere il mio caffè in pace.

Il paese reale

06/05/2010

Sono passati mesi dall’ultima volta che ho messo piede sul blog: noioso e inutile sarebbe raccontare degli impegni seri che mi hanno tenuto lontano da quì. Un po’ meno noioso, e paradossalmente più costruttivo è dare un’occhiata alle cose sciocche che mi hanno rubato tempo negli ultimi mesi. Ora ci provo.

L’ho fatto.

Sì, quella cosa lì. Facebook, dico: l’ho fatto. Sono dentro.

Se fossi uno di quei pirloni oltranzisti – o se per tale volessi spacciarmi – probabilmente vi racconterei che l’ho fatto per una pura analisi antropologica; o, tipo, per capire come funziona, perchè, sai, ”è bene conoscere il nemico da combattere”, o altre idiozie di pari livello. E invece no; l’ho fatto perchè è uno strumento, un contenitore, e il renderlo utile, inutile, sciocco, offensivo, creativo, lamentoso, esaltante, pericoloso o stronzo è esattamente il compito che spetta all’utente. Se sei un utente consapevole e attento, lo sei su Facebook, come lo sei su Twitter o Friendfeed. E’ una grossolana analisi, – e una banalità – forse, ma visto che negli ultimi mesi ho dovuto ripeterla qualche centinaio di volte, almeno la scrivo, e mi tolgo il pensiero.

– Allora? Com’è il popolo di Facebook?

Aspetta, non ho fatto la dovuta premessa:

 io uccido.

No, davvero. Il prossimo che si fa uscire dalle labbra la definizione “popolo di Facebook” lo uccido. Davvero. Ora è scritto, non dite che non vi avevo avvertiti prima. Poi posso pure rispondere, ma prima lo uccido. Sono esausto, sfinito, da luoghi comuni come questo. Io capisco che la pigrizia comunicativa géneri semplificazione concettuale, lo capisco, davvero. In fondo anche comunicare è un lavoro, e per niente semplice. E come in tutti i lavori si cercano scorciatoie, vicoletti, cunicoli per arrivare al risultato impiegandoci il meno possibile. “Efficienza” is the way. Sta bene. Quello che non accetto è che sette tg su sette aprano con notizie sul “popolo di Facebook”, perchè allora sbatto il telecomando dentro la televisione. E come loro la carta stampata, i giornali radio, persino gli organi istituzionali; e poi, da lì, nelle strade, nelle piazze, nei bar, al lavoro. Ad un certo punto il “PdF” ha iniziato ad entrare ovunque. E nessuno sa bene cosa cazzo sia. Di volta in volta gli vengono attribuite mobilitazioni per quella, o contro quell’altra, parte politica, adescamenti on line, omicidi, campagne ambientaliste, persecuzioni, iniziative a difesa degli animali, minacce di morte, erotomania, integralismo religioso, istigazioni a delinquere di vario genere, razzismo, coprofagia e, credo di potermi fermare, ma l’elenco sarebbe ancora lungo.

ecco, l’appunto da mettere sul mobiletto di fianco alla TV è:

IL POPOLO DI FACEBOOK NON ESISTE. TIPO BABBO NATALE. NO, CAZZO. QUESTA NON DOVEVO SPOILERARVELA. BE’, ALLORA FATE CONTO CHE IL POPOLO DI FACEBOOK NON ESISTE, E BABBO NATALE SI’. MA LE RENNE VOLANTI, QUELLE COL CAZZO CHE ESISTONO.

Decidere che una cosa come mezzo miliardo di persone che usano lo stesso strumento seguano una linea di pensiero, anche solo abbozzata o comunque difficilmente definibile, è una stronzata. Senza accanimento. Banalmente, è una stronzata. Sarebbe come definire una linea di pensiero comune tra gli utenti telefonici, o tra gli appassionati di walkie-talkie. Adesso vi svelo un segreto. Gli appassionati di walkie-talkie, quando si trovano, per la fiera del walkie-talkie, o sa il cazzo come si chiama, SI MENANO! Si menano duro! Si infilano le antenne negli occhi quelli. Certe legnate sulla schiena co’ sti cazzo di apparecchi pesantissimi, con la voglia di liberarsene in modo creativo, vista la palese inutilità urbana degli stessi.

No, non è vero. Sto andando oltre, ma la realtà è che, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche essere.

Insomma dovrebbe essere una questione di messaggi, non di strumenti. Di contenuti, non di contenitori. Ma allora diventa difficile, impossibile da afferrare in tre parole. E invece “popolo di Facebook” funziona, è comodo, dà l’immediata illusione della comprensione di qualcosa che non è sezionabile, nè comprensibile. Di qualcosa che esiste solo all’interno della sua stessa, fallace, schematizzazione.

– ma allora perchè si dice che su Facebook ci sia una maggiore concentrazione di imbecilli che negli altri social network?

Perchè è vero.

E’ indubbiamente vero, ma le colpe di Facebook sono assimilabili ai suoi stessi meriti. La faccio brevissima. Semplicità di utilizzo, velocità di ricerca, implementazione di strumenti (la chat, ad esempio) che rendano il più intuitivo e rapido possibile l’utilizzo anche ai profani del web. Un’esercito di persone che mai si era approcciato alla rete in modo continuativo si è riversato in quello che sarebbe diventato, nel giro di pochi anni, il social network col maggior numero di utenti al Mondo. Tra di loro, la solita cricca di smanettoni che utilizzano il pc dall’età di quattro anni. Percentuale irrilevante, sull’enorme mole di persone che hanno vissuto – e ancora vivono – Fb come l’unica porta su quello che è il Web. In sostanza, i meccanismi lenti e autoconservativi del “Mondo Reale”, si sono riversati proprio lì, dove trovavano dei riferimenti riconoscibili.

Sto diventando palloso.

Lo sono diventato dieci righe, almeno, fa.

No, giusto per dire che lo so.

Ad ogni modo funziona così. Facebook, mettiamola così, è il SN meno selettivo del web. Ma grazie a questo anche il più frequentato. Funziona come per i locali notturni, più gente c’è, più ne arriva tramite il passaparola. Tra di loro mirabili menti, ma nessun filtro antropologico anti-cretino.

E allora?

E allora, come nel modo reale, gli amici basta sceglierseli bene.

– che puttanata da “volemose’bbene, Daniele, cazzo”

Lo so, scusa, è uscita così.

E buon giorno della marmotta a tutti.