C’è modo e modo di recensire un film: ci sono quelli là, quelli che si gettano a volo, inseguendo ragionamenti che raramente hanno qualcosa a che fare col film stesso. Ci appoggiano il gomito, lo usano come bancone del bar, per mostrarti quanto elegantemente riescono a bere il loro caffè scivolando il piede dietro a quello d’appoggio, reggendo la giacca sull’altro braccio. Edificano argomentazioni nelle quali il film non è altro che una trave, nemmeno portante, della costruzione. Inglobano la pellicola in tutta una catena di elucubrazioni più spessa e densa di concetti – spesso fragili, o calzanti in modo del tutto pretestuoso – per poi concludere il pezzo con una valutazione in stellette LE STELLETTE! LE STELLETTE! che risulta esauriente sul film quanto un manoscritto del quarto secolo può risultare esauriente sulla teoria della relatività. Poi ci sono quelli bravi (e non sono molti) che riescono in quattro righe a farti annusare l’odore del film. Quello che rimane è una definizione precisa come un colore – quelli più bravi riescono a darti qualche sfumatura in più degli altri – nella quale tu possa riconoscere istintivamente quello che ti troverai di fronte una volta seduto in sala.

Ecco, dato che io non appartengo a nessuna delle due categorie – ma come vi ho appena dimostrato sono bravissimo a fingere di appartenere alla prima – non vi dirò proprio un bel niente sul film che ho visto ieri sera. Però è meraviglioso, ecco.

La prima volta

01/21/2010

Non ero mai stato a vedere un musical. Non dal vivo. Da tempo ne covavo la voglia, ma pigrizia (mia e di chi decide cosa deve passare per questa vecchia e annoiata città) e impegni, mi hanno sempre tenuto lontano da quel tipo di spettacolo. Ieri sera l’occasione buona: la compagnia della Rancia ha portato in scena il musical Cats, nella versione riadattata e tradotta di Ezralow. Non arrivavo da neofita vero e proprio, la rete offre un discreto carnet di possibilità a chi è alla ricerca di qualcosa di preciso (se n’è accorto pure il Tiggì uno, che dda quanno ce sta ‘sto nuovo motore de ricerca, Guggol me pare chesse chiami, che tte manna proprio sulla paggina che pòi cliccà iutubb e te vedi tutto come seffosse ‘na tivvù), ed io avevo fatto le mie ricerche. Cats, ad esempio, l’ho visto anni fa sottotitolato, nella versione originale di quello stragenio assoluto di Andrew Lloyd Webber. Evidentemente dal vivo è un’altra cosa, e ci mancherebbe: ma con un minimo di capacità di astrazione si può provare a prendere in considerazione lo spettacolo facendone la tara dell’emozione della prima volta. Così, tanto per provare a capire quanto dista, ammettendo che sia confrontabile, con la versione madre.

Partiamo da un presupposto: l’italiano, idioma natìo, collante dell’unità nazionale, ha la disinvolta capacità di far risultare tutto assai più sfigato di quanto non sia in partenza. Non è astio verso la madrelingua il mio, e nemmeno anglofonismo a oltranza; è così, sarà una roba che risale a quando quello faceva il bucato in Arno, non so, ma è così e non ci si scappa. Mi fermo qui sennò poi vien fuori la gag di quello che traduce le canzoni inglesi in italiano e dice che viste così ”MADO’, SONO PROPRIO BRUTTE!” e poi la gente ride e a me vien in mente una scena punk in cui spacco il televisore a colpi crocefisso recitando Shakespeare. Ammetterete che è un discreto handicap, questo va concesso. Poi le scenografie: non male, anche se effettivamente quelle del West End di Londra erano infinitamente più curate. C’è pure da dire che a Londra Cats ha fatto più di seimila repliche, c’era il tempo di aggiustare il tiro, diciamo. Ma c’è una breve parte dove la rappresentazione italiana vince su quella originale. Ed è quella di Skimbleshanks, il gatto tranviere, che per una trovata scenica di notevole impatto, viene rappresentato alla guida di un carrellone della spesa di tre metri d’altezza, su per giù, e - no, non sono francese, ok? – a me, quella scena lì, m’ha fatto sbarellare. Gli attori: una telecamera che non perdoni nemmeno quella sbavatura di dodici decimi di millimetro nel trucco, non può essere messa di fianco alla visuale di un miope dalla settima fila di un palazzetto dello sport, non mi sembra equo, ma nel complesso mi pare se la siano cavata più che bene tutti. O quasi. C’è un tizio, e davvero non era possibile capire chi fosse, che durante la Jellicle Song for Jellicle Cats ha steccato. Ma ha steccato proprio brutto. E non sarebbe nemmeno male, se non fosse che è arrivato pure lungo sugli altri. Dev’essere un po’ una sensazione come se , mentre stai leggendo un libro di poesie, solo, in casa, davanti al crepitare del camino, con la neve fuori, e tutti i suoni ovattati, che tu ti stai pure dolcemente, serenamente, appisoland..zzz BOOM!! ti scoppia un raudo sotto i piedi. Dev’essere piacevole uguale. Per il resto mi pare che lo spettacolo girasse attorno a delle discrete interpretazioni, con qualcuno sopra le righe, ma non di troppo. Si teneva bene insieme il tutto. Ecco, sul ballo siamo diversi gradini indietro alla perfida Albione, ma credo sia tutto un problema di formazione. Un Otello in meno, e una piroetta in più, almeno agli inizi. Sparare a cento per colpire a ottanta. Completare la formazione di ‘sti ragazzi, che sennò poi mi vanno ad Amici e so’ pure impreparati.

Nel complesso comunque è stato gradevole, e da grande ai nipotini racconterò che quel primo musical m’era piaciuto, m’ero perfino commosso in quella scena là, e magari, se non sarò già rincoglionito, ce li porterò pure, ecco.

“Ah, ok, quindi non è che lo fanno tutti i giorni”, il primo pensiero dopo aver visto la faccia allucinata di Oprah Winfrey.

Qualche mese fa avevo segnalato il progetto Playing for Change, una sorta di We Are The World con una costruzione decisamente più figa. Il progetto nasceva andando a raggiungere artisti di strada in in giro per il mondo per far registrare il loro arrangiamento di un pezzo e, di volta in volta, aggiungere il nuovo campionamento alla base iniziale. Il Molok che ne uscì fu una strepitosa versione di Stand by Me, che poco aveva a che fare con l’originale di Ben E. King. Un cover che puzzava di Louisiana dall’inizio alla fine, con una chitarrina sincopata in sottofondo, sulla quale man mano si sono stesi archi, sonorità latine, percussioni afro e tutta un’altra serie di influenze. Un pezzo destinato alla beneficienza, va bene, ma che per qualità ricordava quel lavoro di Lou Reed, Bono e company su Perfect Day. Con la differenza che la’ c’era talmente tanta roba che alla fine toccavano dodici centesimi di secondo ad artista, mentre qui ognuno aveva a dispozione il tempo sufficiente per prenderti e tirarti dentro, per farti annusare un po’ di quell’asfalto che loro annusavano ogni giorno. Ne uscì un album, intitolato appunto “Playing for Change” che, per dire la verità, non era all’altezza del singolone iniziale (a parte una formidabile versione di “A change is gonna come” di Sam Cooke), ma ne naque anche tutta una serie di progetti correlati. Uno di questi è proprio Sugar Sweet, l’album di Elliott Small, conosciuto da tutti come Grandpa Elliott. Grandpa Elliott è un personaggio pazzesco, una sorta di leggenda di strada dalle parti di New Orleans; il fatto è che lui è una specie di personificazione di quel mondo la’. Nella sua armonica, nella sua tutona da lavoro, nel suo essere cieco uno ci trova tutta la Cotton Belt, la schiavitù degli afro-american, le piantagioni, le blue note. E tutto quel mondo lì Elliott è riuscito a portarlo dentro al suo album. E’ un album di cover, da Harry Dixon Loes a Buster Brown, dalla Bobby Blue Band, fino a Muddy Waters. E’ uscito a inizio novembre dell’anno passato, su iTunes lo trovate a 8 euro e 91. Qui sotto, la versione live di Fannie Mae con la Playing for Change Band.   

Ok, il trasloco è completato. Ho approfittato del quinto metatarso che si è spezzato come la barretta esterna di un kit kat (uno non si preoccupa del suo quinto metatarso fin quando non rompe le balle) per completare il trasloco sulla nuova piattaforma; ho cercato di mantere una grafica essenziale e funzionale (WordPress aiuta in questo), e ho pure la pretesa di esserci riuscito. C’è ancora qualche scatolone da rimettere in ordine, ma il più è fatto. Se sentite l’irrefrenabile desiderio di manifestarmi il vostro entusiasmo per la mia nuova casetta sull’albero, bè, sappiate che è esattamente ciò che mi aspetto che facciate.

Ma se non ve la sentite fa lo stesso.

Benvenuti a tutti.

I due ragazzetti di New Orleans al loro album d’esordio sono stati forse la novità più convincente di tutto il mio 2009. Prodotti dalla Park The Van Records, una casa discografica indipendente assai attiva e dalla storia piuttosto travagliata (l’uragano Katrina spazzò via la loro sede e furono costretti a trasferirsi a Philadelphia) hanno costruito un album che ti ci inchioda sopra fin dal prima ascolto. Anzi, a dire il vero dopo i primi tre/quattro pezzi mi sono detto che poteva bastare così. Fosse stato scadente tutto il resto dell’album, valeva comunque gli 8 euro e 99 che era stato pagato. Gradevoli armonizzazioni vocali, (qualche recensione trova dei riferimenti nei Beach Boys, ma la tesi non mi convince del tutto), ritmi sufficientemente ruffiani e qualche influenza elettronica mai troppo invadente, almeno nei miei gusti. Qui sotto una registrazione live di “Nobody Could Change Your Mind”, di livello piuttosto scadente, ma che disegna bene il clima di giocoso trambusto che circonda l’album.

Qui trovate il resto; alla prossima.

Nei numerosi commenti al post sulla chiusura di Condor (a proposito: grazie, di cuore) in diverse forme e con diverse argomentazioni, in molti si sono concentrati sulla possibilità di un’alternativa a quell’ora di costruttivo intrattenimento. Pare che l’alternativa, come ampiamente previsto, non arriverà da Radio 2. Traffic, anche considerando che le prime puntate non funzionano mai come dovrebbero, ha già definito una linea di conduzione piuttosto avvilente. Un giorno metto giù qualcosa sul gigantesco malinteso che se uno fa ascolti in tv li debba fare pure in radio. Stesse squadre, ma si gioca a un altro gioco e pure in campi diversi. Nessuno prenderebbe un pasticciere per metterlo a fare lo chef in un ristorante tre stelle così, alla cieca.
“Perchè, scusa? Non faceva da mangiare pure prima?”
Ecco, ci siamo capiti. Non è così che vanno le cose in gastronomia, non vedo perchè dovrebbero andare così nell’entertainment. Ad ogni modo, a noi resta il problema di come riempire quel buco tra le quattro e le cinque pomeridiane. Per chi non avesse ancora avuto idee decenti, ho pensato ad un rubrichetta divertente almeno quanto irrilevante in cui proporre qualche album passato nelle settimane precedenti per il mio iPod. Cercherò di alternare cose nuove a qualche produzione magari un pochino più agée, cercando di darvi una giustificazione della loro presenza nella mia playlist. Per quelli che non scippano le vecchiette fuori dalle poste vedo di mettere giù anche il prezzo dello Store di iTunes. Tutti gli altri possano servirsi del quadrupede lento e testardo per andarselo a trovare dove è più comodo. Buon proseguimento.

Per uno scherzo dell’autoradio, che nel tragitto verso i bagordi di capodanno ha deciso temporaneamente di concedermi solo l’utilizzo delle frequenze radio, sono finito ad ascoltare il discorso alla nazione del Presidente della Repubblica. Per dirla tutta, avendo una montagna di pregiudizi sull’utilità di pubblici rituali come questo e non avendo nessuna intenzione di compromettere il livello di infima scemenza della serata che si stava per compiere con concetti superiori in livello ad una terza elementare, stavo per spegnere l’autoradio per godermi qualche chiacchiera con chi mi accompagnava. Probabilmente, più per evitare che quel momento di intimità potesse sfociare in un attacco di logorrea piuttosto che per interesse diretto, la mia gentile accompagnatrice mi ha pregato di lasciare che il Presidente finisse il suo discorso. E allora mi sono messo comodo, e ho concesso un orecchio alla radio.
Non credo il discorso fosse iniziato da molto, i temi trattati erano quelli previsti, o comunque prevedibili. Quali? Tutti. Partendo da una media di trenta secondi per i temi più leggeri e arrivando a cinque, sei minuti per quelli più articolati, Napolitano ha citato quasi ogni angolo della vita politica e sociale del Paese. Non ho sufficienti competenze per giudicarlo nel merito, ma la sensazione è quella che, in questo modo, non si possa ottenere niente di meglio che una insapore diluizione del succo. La forma probabilmente doveva essere questa, come questa è sempre stata in passato, ma da questa forma è pressochè impossibile ricavare sufficiente sostanza perchè qualcosa possa sopravvivere fino al 3 gennaio. Francesco Costa, come sempre con enorme chiarezza e capacità di analisi, auspica qualcosa di diverso.
Io forse no. Non per quest’anno.
Mentre salivo verso le colline il discorso del presidente si svuotava di concetto, diventando sempre più simile ad un prestampato natalizio. La povertà, il precariato, la Chiesa con la quale condividere le intenzioni, il volontariato e via così; tutte tematiche su cui evidentemente si può auspicare più interesse da parte di tutti, non c’è dubbio, ma che trattate in questo pout pourri hanno niente più che l’effetto di una doverosa appendice.
Eppure, più il discorso del Presidente si condiva con un filo di retorica, più iniziava ad invadermi una quasi impercettibile sensazione di serenità. Come se il continuo rovesciare il buonsenso, il decadentismo politico che aspira con orgoglio ad épater le bourgeois, la ricerca della frase ad effetto da incastonare nella testa degli italiani, avessero ormai raggiunto un livello di assuefazione mentale; una condizione di anestesia, della quale ho avuto modo di accorgermi solo facendomi trasportare per qualche minuto alla situazione precedente. In questo senso il discorso di Napolitano può aver avuto una qualche funzione sociale; abbandonarci a qualche minuto di buonsenso non può fare male. Farà male, semmai, il ritorno alla realtà. Lo farà perchè per qualche minuto ci siamo ricordati che non è così che andrebbe trattata l’arte nobile della politica. Che le istituzioni meritano di essere rappresentate con più equilibrio e capacità di quanto non stia accadendo ora. Farà male e non ci impiegherà molto, state tranquilli.

Nei limiti del possibile, con le dovute proporzioni, senza esagerare, con giudizio, anche dando un colpo al cerchio e uno alla botte, con i se e con i ma, nel rispetto delle leggi vigenti e nel rispetto delle regole della convivenza sociale l’augurio è, e resta, quello di riuscire a fare il cazzo che vi pare anche quest’anno.

Auguri

Ebbene, è andata.
Ne parlo solo ora perchè qualche problema tecnico mi ha impedito di farlo prima e forse è meglio così; è bene che riesca a parlarne a mente lucida, in modo da evitare di attribuire responsabilità alla cieca, magari perdendo di vista il senso di questo post.
Questo vuole essere un post di ringraziamento, non di denuncia o di accusa: ringraziamento per chi, negli ultimi sei anni ha realizzato la più bella trasmissione radiofonica del palinsesto RAI. No, non voglio togliere nulla ad altre trasmissioni che amo e che continuerò a seguire con piacere. Radiorai continuerà ad avere in programmazione trasmissioni di altissimo livello, e su quelle che verranno, bè, ci sarà da ascoltare e giudicare.
Ma questo non toglie che Condor fosse una perla. Luca Sofri e Matteo Bordone hanno realizzato il programma che mancava nel complesso Radiotelevisivo italiano. Sembra esagerato?
No, non lo è, e per diversi motivi: ora provo a riassumerne qualcuno.
- Condor era una trasmissione internazionale: no, non iniziate a pensare a pugni chiusi e falci e martelli, e a quelle note che ancora riempiono i cuori di voi nostalgici; aspettate la prossima festa dell’Unità e sfogatevi lì. Intendevo dire che la trasmissione girava intorno alla lettura dei quotidiani internazionali, dagli Stati Uniti alla Thailandia, senza nessuna soluzione di continuità. O quasi.
- Condor era una trasmissione veloce: la cosa che più apprezzavo era proprio questa. La capacità e il coraggio di trattare gli ascoltatori come persone sveglie e non come bambini quinquenni o nonnette cerebralmente atrofiche. Dare stimoli, riferimenti, citazioni, senza fermarsi ogni trenta secondi a spiegare la rava e la fava. Andar via dritti, chi ha voglia vada a cercare. E chi ha voglia, dopo un po’, si accorge di aver incamerato una quantità di nozioni che non basterebbe una vita di Serena Dandini a produrre.
- Condor era una trasmissione contemporanea: partiamo da un presupposto: la cultura, per come è proposta in Italia oggi, ha dei problemi. Seri problemi. Il primo potrebbe chiamarsi anacronismo. Il secondo politica. Non sono gli unici, ma sono i più evidenti: perchè se ogni volta che il teatro arriva in televisione, nel 2009, lo fa con Dario Fo o con Carmelo Bene, ammettiamolo, il teatro sta morendo. Perchè se quando parliamo di libri parliamo solo di Garcia Marquez o di Virginia Woolf, la letteratura non sfonderà mai la porta delle nuove generazioni. Non ho nulla contro i maestri, per carità. Il problema è nei media. La cultura che sbarca in televisione, oggi, o è supportata da un ormai condiviso valore storico del personaggio, oppure è proposta su Raitre con il malinteso pretesto di una condivisione di valori col pubblico. Non abbiamo capito nulla. Senza il coraggio di proporre cose nuove, mezzi nuovi, idee nuove, siamo destinati a rinsecchirci attorno all’idea che una volta fosse tutto migliore, più alto, più pieno di valori. E allora ce lo siamo meritati Giorgio Bocca, teniamocelo e moriamo felici con “Il nome della rosa” sul comodino.
Condor aveva un’impostazione totalmente diversa. Con Condor ho iniziato a prendere confidenza con la Rete, con i blog, con i social network. Ho capito quanto fosse limitata la mia rete di informazioni, ma senza sensi di colpa da controcultura di sinistra o di destra; banalmente, seguendo le tracce che ogni giorno venivano lasciate tra un pezzo e l’altro; e dove ho deciso che ne valeva la pena, ho approfondito. Diversamente, chissenefrega e basta.
- Condor metteva pezzi che col cazzo che li avrei sentiti altrove: da Sufjan Stevens ai Magnetic Fields; dai Devotchka a Beth Orton; da Andrew Bird a Cesare Picco. Cito solo gli ultimi che mi arrivano alla mente, ma un’infinità di musica è passata sul mio iPod grazie a loro. E da lì un’altra infinità ne ho cercata, con collegamenti sulle scene nazionali o suscitate curiosità personali. Ci vuol poco quando uno ha vent’anni. A vent’anni siamo dell’idrovore. Dateci solo buche nuove in cui scavare, e vedrete che macchine da impallinamento che siamo.
- Condor consigliava libri che col cazzo che li avrei trovati altrove: Non voglio tornare sul discorso della cultura su cui ho già rischiato di impantanarmi prima, per carità; solo due cose: ho scoperto e adorato Philip Roth; ho ritrovato e approfondito Nick Hornby. Se volete, c’è da divertirsi.
- Condor parlava di film che col c…vabbè, vedi sopra.
- Condor era una trasmissione leggera: meglio precisare: non vorrei che dopo le righe appena lette vi siate fatti l’idea di una totale rottura di maroni pseudo intellettuale. No, fuori strada. Già nei primi tre anni, con Luca in solitaria, saltava immediatamente all’orecchio il linguaggio onesto e informale, privo di retorica e clichè ammuffiti con il quale la trasmissione veniva condotta; una gioia per le orecchie di chi è abituato a sentir trattare l’attualità da professori incartapecoriti o da giornalisti annoiati. Con l’arrivo di Matteo da Dispenser poi, la trasmissione ha raggiunto vette addirittura comiche. Le imitazioni con le quali spaccava a metà le argomentazioni di Luca, o gli scambi di battute tra i denti erano diventati uno dei punti di forza di Condor nella versione 2.0. Ironia. Velocità di concetto e di intervento. Combinazione pressochè perfetta. Due giganti dell’intrattenimento uniti dalla complicità di due amichetti delle medie. Provateci, voi.
Condor aveva una regia semplicemente impeccabile: i tempi d’ingresso sul pezzo, i jingle di Quark lanciati quando Matteo si lanciava a parlare di etologia e tutto il resto: grazie, Ilaria.
Probabilmente ho lasciato indietro qualcosa che nei prossimi giorni mi tornerà alla mente, ma molto di ciò che volevo dire su questo capolavoro durato sei anni l’ho detto qui. Condor è stato chiuso per un cambio alla direzione di Radio 2 che ha portato una nuova linea editoriale. Non di ascolti si tratta, badate bene, ma diverse e legittime scelte del nuovo direttore Flavio Mucciante. Inutile dire che non le comprendo, nè le condivido. Condor lascia una voragine, e i commenti agli ultimi post ne danno solo un’idea. Non è odioso il fatto che la trasmissione sia stata soppressa per dare spazio a Carlo Pastore,
(oddio)
no, effettivamente è odioso, ma non è questo il punto.
Il punto è che se di Carlo Pastore in giro per le radio commerciali ce ne sono a secchiate, di trasmissioni come Condor, non ne esistono. E se la Rai fa servizio pubblico, e lo fa con i soldi dei contribuenti (dove siete? vi vedo già col sangue sul canino) deve prendersi la responsabilità di proporre prodotti di livello più alto rispetto a chi è assillato dal bilancio della propria radio. Godibili, certo. Non sto parlando delle lezioni di fisica quantistica alle tre di notte. Sto parlando di intrattenimento. E sto parlando di intrattenimento fatto bene, cercando di far divertire l’ascoltatore spingendolo anche ad incuriosirsi e a prendere spunti per dare consistenza alla sua formazione personale. Se ci riusciamo, bene. Sennò chiamiamoci Radio Deejay, e che sia finita lì.
Nel frattempo grazie a Luca, Matteo, Ilaria, Valeria, ai tecnici, all’ex direttore Valzania, e a tutti quelli che hanno fatto volare il Condor in questi anni e che, in questi anni, giorno per giorno, hanno fatto di me una persona migliore.
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