Colin Firth? Ma nun era Mastroianni?
01/23/2010
C’è modo e modo di recensire un film: ci sono quelli là, quelli che si gettano a volo, inseguendo ragionamenti che raramente hanno qualcosa a che fare col film stesso. Ci appoggiano il gomito, lo usano come bancone del bar, per mostrarti quanto elegantemente riescono a bere il loro caffè scivolando il piede dietro a quello d’appoggio, reggendo la giacca sull’altro braccio. Edificano argomentazioni nelle quali il film non è altro che una trave, nemmeno portante, della costruzione. Inglobano la pellicola in tutta una catena di elucubrazioni più spessa e densa di concetti – spesso fragili, o calzanti in modo del tutto pretestuoso – per poi concludere il pezzo con una valutazione in stellette LE STELLETTE! LE STELLETTE! che risulta esauriente sul film quanto un manoscritto del quarto secolo può risultare esauriente sulla teoria della relatività. Poi ci sono quelli bravi (e non sono molti) che riescono in quattro righe a farti annusare l’odore del film. Quello che rimane è una definizione precisa come un colore – quelli più bravi riescono a darti qualche sfumatura in più degli altri – nella quale tu possa riconoscere istintivamente quello che ti troverai di fronte una volta seduto in sala.
Ecco, dato che io non appartengo a nessuna delle due categorie – ma come vi ho appena dimostrato sono bravissimo a fingere di appartenere alla prima – non vi dirò proprio un bel niente sul film che ho visto ieri sera. Però è meraviglioso, ecco.
La prima volta
01/21/2010
Non ero mai stato a vedere un musical. Non dal vivo. Da tempo ne covavo la voglia, ma pigrizia (mia e di chi decide cosa deve passare per questa vecchia e annoiata città) e impegni, mi hanno sempre tenuto lontano da quel tipo di spettacolo. Ieri sera l’occasione buona: la compagnia della Rancia ha portato in scena il musical Cats, nella versione riadattata e tradotta di Ezralow. Non arrivavo da neofita vero e proprio, la rete offre un discreto carnet di possibilità a chi è alla ricerca di qualcosa di preciso (se n’è accorto pure il Tiggì uno, che dda quanno ce sta ‘sto nuovo motore de ricerca, Guggol me pare chesse chiami, che tte manna proprio sulla paggina che pòi cliccà iutubb e te vedi tutto come seffosse ‘na tivvù), ed io avevo fatto le mie ricerche. Cats, ad esempio, l’ho visto anni fa sottotitolato, nella versione originale di quello stragenio assoluto di Andrew Lloyd Webber. Evidentemente dal vivo è un’altra cosa, e ci mancherebbe: ma con un minimo di capacità di astrazione si può provare a prendere in considerazione lo spettacolo facendone la tara dell’emozione della prima volta. Così, tanto per provare a capire quanto dista, ammettendo che sia confrontabile, con la versione madre.
Partiamo da un presupposto: l’italiano, idioma natìo, collante dell’unità nazionale, ha la disinvolta capacità di far risultare tutto assai più sfigato di quanto non sia in partenza. Non è astio verso la madrelingua il mio, e nemmeno anglofonismo a oltranza; è così, sarà una roba che risale a quando quello faceva il bucato in Arno, non so, ma è così e non ci si scappa. Mi fermo qui sennò poi vien fuori la gag di quello che traduce le canzoni inglesi in italiano e dice che viste così ”MADO’, SONO PROPRIO BRUTTE!” e poi la gente ride e a me vien in mente una scena punk in cui spacco il televisore a colpi crocefisso recitando Shakespeare. Ammetterete che è un discreto handicap, questo va concesso. Poi le scenografie: non male, anche se effettivamente quelle del West End di Londra erano infinitamente più curate. C’è pure da dire che a Londra Cats ha fatto più di seimila repliche, c’era il tempo di aggiustare il tiro, diciamo. Ma c’è una breve parte dove la rappresentazione italiana vince su quella originale. Ed è quella di Skimbleshanks, il gatto tranviere, che per una trovata scenica di notevole impatto, viene rappresentato alla guida di un carrellone della spesa di tre metri d’altezza, su per giù, e - no, non sono francese, ok? – a me, quella scena lì, m’ha fatto sbarellare. Gli attori: una telecamera che non perdoni nemmeno quella sbavatura di dodici decimi di millimetro nel trucco, non può essere messa di fianco alla visuale di un miope dalla settima fila di un palazzetto dello sport, non mi sembra equo, ma nel complesso mi pare se la siano cavata più che bene tutti. O quasi. C’è un tizio, e davvero non era possibile capire chi fosse, che durante la Jellicle Song for Jellicle Cats ha steccato. Ma ha steccato proprio brutto. E non sarebbe nemmeno male, se non fosse che è arrivato pure lungo sugli altri. Dev’essere un po’ una sensazione come se , mentre stai leggendo un libro di poesie, solo, in casa, davanti al crepitare del camino, con la neve fuori, e tutti i suoni ovattati, che tu ti stai pure dolcemente, serenamente, appisoland..zzz BOOM!! ti scoppia un raudo sotto i piedi. Dev’essere piacevole uguale. Per il resto mi pare che lo spettacolo girasse attorno a delle discrete interpretazioni, con qualcuno sopra le righe, ma non di troppo. Si teneva bene insieme il tutto. Ecco, sul ballo siamo diversi gradini indietro alla perfida Albione, ma credo sia tutto un problema di formazione. Un Otello in meno, e una piroetta in più, almeno agli inizi. Sparare a cento per colpire a ottanta. Completare la formazione di ‘sti ragazzi, che sennò poi mi vanno ad Amici e so’ pure impreparati.
Nel complesso comunque è stato gradevole, e da grande ai nipotini racconterò che quel primo musical m’era piaciuto, m’ero perfino commosso in quella scena là, e magari, se non sarò già rincoglionito, ce li porterò pure, ecco.
“The coolest thing ever!”
01/19/2010
“Ah, ok, quindi non è che lo fanno tutti i giorni”, il primo pensiero dopo aver visto la faccia allucinata di Oprah Winfrey.
Here I am, on your road again
01/15/2010
Ok, il trasloco è completato. Ho approfittato del quinto metatarso che si è spezzato come la barretta esterna di un kit kat (uno non si preoccupa del suo quinto metatarso fin quando non rompe le balle) per completare il trasloco sulla nuova piattaforma; ho cercato di mantere una grafica essenziale e funzionale (WordPress aiuta in questo), e ho pure la pretesa di esserci riuscito. C’è ancora qualche scatolone da rimettere in ordine, ma il più è fatto. Se sentite l’irrefrenabile desiderio di manifestarmi il vostro entusiasmo per la mia nuova casetta sull’albero, bè, sappiate che è esattamente ciò che mi aspetto che facciate.
Ma se non ve la sentite fa lo stesso.
Benvenuti a tutti.
The Generationals – Con Law
01/09/2010
I due ragazzetti di New Orleans al loro album d’esordio sono stati forse la novità più convincente di tutto il mio 2009. Prodotti dalla Park The Van Records, una casa discografica indipendente assai attiva e dalla storia piuttosto travagliata (l’uragano Katrina spazzò via la loro sede e furono costretti a trasferirsi a Philadelphia) hanno costruito un album che ti ci inchioda sopra fin dal prima ascolto. Anzi, a dire il vero dopo i primi tre/quattro pezzi mi sono detto che poteva bastare così. Fosse stato scadente tutto il resto dell’album, valeva comunque gli 8 euro e 99 che era stato pagato. Gradevoli armonizzazioni vocali, (qualche recensione trova dei riferimenti nei Beach Boys, ma la tesi non mi convince del tutto), ritmi sufficientemente ruffiani e qualche influenza elettronica mai troppo invadente, almeno nei miei gusti. Qui sotto una registrazione live di “Nobody Could Change Your Mind”, di livello piuttosto scadente, ma che disegna bene il clima di giocoso trambusto che circonda l’album.
Qui trovate il resto; alla prossima.
Dalle quattro alle cinque (la spiega)
01/09/2010
Salvare il salvabile
01/02/2010
Non credo il discorso fosse iniziato da molto, i temi trattati erano quelli previsti, o comunque prevedibili. Quali? Tutti. Partendo da una media di trenta secondi per i temi più leggeri e arrivando a cinque, sei minuti per quelli più articolati, Napolitano ha citato quasi ogni angolo della vita politica e sociale del Paese. Non ho sufficienti competenze per giudicarlo nel merito, ma la sensazione è quella che, in questo modo, non si possa ottenere niente di meglio che una insapore diluizione del succo. La forma probabilmente doveva essere questa, come questa è sempre stata in passato, ma da questa forma è pressochè impossibile ricavare sufficiente sostanza perchè qualcosa possa sopravvivere fino al 3 gennaio. Francesco Costa, come sempre con enorme chiarezza e capacità di analisi, auspica qualcosa di diverso.
Even if nobody else sings along
01/01/2010
Nei limiti del possibile, con le dovute proporzioni, senza esagerare, con giudizio, anche dando un colpo al cerchio e uno alla botte, con i se e con i ma, nel rispetto delle leggi vigenti e nel rispetto delle regole della convivenza sociale l’augurio è, e resta, quello di riuscire a fare il cazzo che vi pare anche quest’anno.
Auguri






